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La montagna che nessuno guardava

Guido Donati 13 Set 2026
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La valle del Trishuli a nord-ovest di Kathmandu prima e dopo la piena, nelle immagini in colori naturali del satellite Copernicus Sentinel-2 del 12 agosto (a sinistra) e del 27 agosto 2026 (a destra), il giorno dopo l’evento: il fiume, da filo chiaro, è diventato una fascia di fango larga la valle. Le due immagini diffuse dall’ESA sono state affiancate dalla redazione, che ha aggiunto le date sotto ciascuna.
Contains modified Copernicus Sentinel data (2026), processed by ESA — licenza da riportare come indicata sulla pagina ESA dell’immagine. Fonte: https://www.esa.int/ESA_Multimedia/Images/2026/08/Sentinel-2_captures_before_and_after_Nepal_flash_flood


Il 26 agosto un fiume del Nepal è salito di nove metri in mezz’ora, e non era piovuto. La colata è partita da un ghiacciaio a cinquemila metri, venti chilometri più in alto. Le ricostruzioni non concordano sui tempi, il bilancio supera i milletrecento morti, e la registrazione ravvicinata del crollo viene da una stazione sismica italiana sotto l’Everest.


Alle 8:37 del 26 agosto, ora del Nepal, il Servizio geologico degli Stati Uniti registra un terremoto di magnitudo 4.4 a 55 chilometri a nord-ovest di Kodari. Poche ore dopo lo cancella. Non era un terremoto. Era una montagna che cadeva. La magnitudo viene rivista a 5.2 e l’evento riclassificato come frana.
A quell’ora il Trishuli sale di nove metri in trenta minuti, secondo i funzionari nepalesi. Al capoluogo del distretto di Rasuwa quella mattina non era piovuto. La colata arriva al valico di Rasuwagadhi verso le 9, a Timure alle 9:15, a Betrawati alle 9:20. Porta ghiaccio, massi, fango. Cancella il posto di frontiera di Gyirong sul lato cinese, spazza Timure e Syabrubesi, scende nel Bhotekoshi e poi nel Trishuli. Il Dipartimento delle strade conta subito 19 ponti e 40 chilometri di strada. Il rapporto rapido dell’IRDR dirà più di 30 ponti e 748 megawatt di potenza idroelettrica colpiti. I corpi vengono recuperati fino a Chitwan e Nawalparasi, e oltre.

Il bilancio. Al 4 settembre l’autorità nepalese per la gestione dei disastri, NDRRMA, contava 1.287 morti. Le stime successive, riprese da agenzie e da fonti aggregate, superano i 1.350 morti e i 5.000 dispersi in Nepal, più alcune decine di morti e circa cinquecento dispersi nel Tibet cinese. Sono numeri che si muovono ancora e vanno letti con la data accanto. La sera del 26 agosto il governo nepalese contava 95 morti. Una settimana dopo mille.
Dove è cominciato. Circa venti chilometri a nord-est del valico, oltre il confine, sopra il Lhende Khola, un affluente del Bhotekoshi. Le immagini satellitari mostrano un distacco largo un chilometro, forse 1,3, sul massiccio del Langtang Lirung, fra i 5.000 e i 5.200 metri. Ghiaccio e roccia insieme. La massa è caduta per oltre mille metri fino al fondovalle, sotto i 3.000, ha raccolto altro materiale ed è entrata nel fiume.


Qui le ricostruzioni si dividono. Il rapporto rapido dell’Integrated Research on Disaster Risk, uscito il 28 agosto, sostiene che la frana ha sbarrato il fiume il pomeriggio del 25 e che la diga naturale ha tenuto 18 o 19 ore, prima di cedere fra le 8:30 e le 8:37 del 26; l’afflusso del fiume Mala e di altri affluenti avrebbe nascosto il blocco a chi stava a valle. Il rapporto lo dichiara in chiaro: è costruito su dati secondari, pagine ufficiali e stampa nepalese, non su rilievi di campo. Altre analisi, fra cui quella del consorzio HiRISK e le ricostruzioni sulle immagini, collocano il distacco stesso la mattina del 26, con un blocco breve del fiume. Il segnale sismico delle 8:37 è compatibile con entrambe: nel primo caso è il cedimento della diga, nel secondo la frana stessa. Nessuno lo ha ancora chiuso. Manoochehr Shirzaei, geofisico del Virginia Tech, ha detto a Nature che la sequenza resta incerta: può essere partita una frana di roccia che ha trascinato il ghiacciaio, o il ghiacciaio che ha ceduto per primo.
Shirzaei ha guardato indietro. Con i dati radar dei satelliti Sentinel-1 dell’ESA, acquisiti fra l’8 gennaio e il 18 agosto, ha visto che il sistema ghiacciaio-roccia vicino al punto di distacco scivolava a valle a circa dieci millimetri al mese, e che nelle settimane prima del crollo accelerava. Dieci millimetri al mese non allarmano nessuno: un ghiacciaio normale si muove di decine o centinaia di metri l’anno. È l’accelerazione che conta. L’ultima immagine utile era di sette giorni prima. Nessuno la guardava per quello.


L’Italia c’entra, e non per caso. A cinquemila metri nella valle del Khumbu, sei chilometri dal campo base dell’Everest, funziona dal 2014 la stazione sismica a larga banda IO.EVN del Laboratorio-Osservatorio Piramide EvK2CNR. La gestisce l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste. È una delle poche stazioni in una regione quasi priva di reti, e il rumore umano è minimo. Il 27 agosto l’INGV ha pubblicato il confronto fra il segnale del 26 e quello di un terremoto di magnitudo 5.3 del 15 settembre 2020, registrato dalla stessa stazione. Il terremoto ha un inizio netto, ampiezze concentrate nei primi secondi, energia su molte frequenze. La frana ha un inizio graduale, una durata molto maggiore, impulsi in successione, energia alle basse frequenze: è la massa che si muove, urta il versante, rotola. Anche la stazione LMD della Rete Sismica Nazionale, in provincia di Firenze, ha registrato l’evento, filtrato fra 0,01 e 0,1 hertz. Da seimilaottocento chilometri sembra un terremoto. Da sei chilometri dall’Everest no.


Non è la prima volta su questo fiume. Nel luglio 2025 una piena del Lhende Khola e del Bhotekoshi, allora attribuita alle piogge e a un lago glaciale, uccise almeno nove persone, ne fece sparire una ventina, portò via il ponte dell’amicizia fra Nepal e Cina e tolse 211 megawatt alla rete. Stesso corridoio. Tredici mesi dopo, la stessa valle.
Il contesto lo ha scritto l’ICIMOD di Kathmandu a marzo, nel rapporto sui ghiacciai dell’Hindu Kush Himalaya dal 1990 al 2020: 12 per cento di area persa, 9 per cento delle riserve di ghiaccio, perdite oltre il 20 per cento nell’Himalaya centrale, cioè qui. Il tasso di perdita è raddoppiato dal 2000. Dei 63.700 ghiacciai della regione, 38 sono monitorati, e 7 rispettano gli standard del servizio mondiale di monitoraggio. Un inventario pubblicato in aprile su npj Natural Hazards ha contato 219 ghiacciai pensili nel solo bacino dell’Alaknanda, in India: 2,39 chilometri cubi di ghiaccio, 0,74 dei quali in equilibrio precario su pendii di 33 gradi. Una testata indiana lo ha attribuito a Nature. Non è Nature: è una rivista dello stesso gruppo, e la differenza va scritta.
Quanto pesi il clima su questo crollo non lo sa ancora nessuno. Il riscaldamento indebolisce i ghiacciai e il permafrost che tiene le pareti, ed è documentato. L’attribuzione di un singolo evento richiede un lavoro che non è stato fatto. Il direttore del centro di studi sui disastri dell’Università Tribhuvan ha parlato a SciDev.Net di un’energia superiore a quella della bomba di Hiroshima. Il calcolo non è pubblicato. Lo lasciamo dov’è.


Quel che resta è un problema di forma. Un sistema di allerta misura la pioggia e il livello del fiume. Qui non era piovuto e il fiume, fino alle 8:30, era normale. La catena è partita venti chilometri più in alto, a cinquemila metri, da un pendio che si muoveva di un centimetro al mese. L’ICIMOD lo scrive da anni: i pericoli di montagna non si valutano più uno alla volta. Un sistema che cerchi sui radar satellitari i pendii che accelerano, e che poi calcoli cosa succede a valle se cedono, oggi su scala regionale non esiste. I dati ci sono. Sentinel-1 passa. La stazione sotto l’Everest ascolta. Manca chi guardi.




Confronto fra il segnale di un terremoto di magnitudo 5.3 del 15 settembre 2020 (in grigio) e quello della frana del 26 agosto 2026 (in rosso), registrati dalla stazione sismica IO.EVN del Laboratorio-Osservatorio Piramide EvK2CNR, con i relativi spettrogrammi. Il terremoto è impulsivo e breve; la frana è graduale, lunga e a bassa frequenza. La figura è riprodotta senza modifiche.
INGVterremoti, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia; dati della stazione IO.EVN, Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale — Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

 


Bibliografia
Adhikari B. R., Marahatta D., Thakuri R. et al., «Rapid Analysis Report: Scientific Anatomy of the 26 August 2026 Bhotekoshi Flash Flood», Integrated Research on Disaster Risk, Institute of Himalayan Risk Reduction, National Society for Earthquake Technology, 28 agosto 2026.
Basu M., «Satellite images before Nepal disaster showed warning signs», Nature, News Q&A, 2 settembre 2026. doi: 10.1038/d41586-026-02746-4
INGVterremoti, «26 agosto 2026: la frana in Nepal e l’analisi dei sismogrammi», Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, 27 agosto 2026.
Pettenati F., Sandron D., Verza G., Plasencia Linares M. P., Percacci R., Bistia K., Cravos C., Rebez A., «The Seismic Station IO.EVN at Pyramid EvK2cnr (Everest): 10 Yr of Activity», Seismological Research Letters, 96, 1733–1746. doi: 10.1785/0220240111
International Centre for Integrated Mountain Development, «Changing Dynamics of Glaciers in the Hindu Kush Himalaya Region from 1990 to 2020» e «HKH Glacier Outlook 2026: Insights from 50 Years of Himalayan Glacier Monitoring», Kathmandu, 21 marzo 2026.
Krishnan N., Sattar A. et al., «Basin-scale inventory and exposure assessment of hanging glaciers, Central Himalaya», npj Natural Hazards, 3, 44, aprile 2026, accesso aperto. doi: 10.1038/s44304-026-00205-8
United States Geological Survey, scheda evento «M 5.2 Landslide – 55 km NW of Kodāri, Nepal», 26 agosto 2026.
Asian Disaster Reduction Center, «2026 Bhote Koshi Debris Flow and Flash Flood (Nepal)», rapporto ADRC_FL_NPL_Rasuwa_20260826, agosto 2026.
The Kathmandu Post, «Update: Rasuwa flood death toll climbs to 95 as dozens remain missing», 26 agosto 2026; «Nepal flood death toll reaches 1,287», 4 settembre 2026.
All India Radio News, «Nepal–China Miteri bridge washed away in floods», 9 luglio 2025.
Ahmad T., Raina S., «Nepal flood disaster exposes cascading threats in Himalayas», SciDev.Net, 2 settembre 2026 (usato come indice delle fonti).




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