Al centro della scoperta ci sono i resti di tre persone — un adulto e due bambini — riportati alla luce agli inizi del Novecento e conservati finora a Napoli, presso il Museo di Antropologia dell'Università Federico II. Sottoposte per la prima volta a datazione radiometrica ad alta precisione, le ossa si sono rivelate risalenti al Medioevo, periodo caratterizzato in Salento da forti tensioni, epidemie e mutamenti sociali.
Questa svolta scientifica solleva diversi interrogativi: quali ragioni portarono alla sepoltura di questi tre individui all'interno della grotta? Si tratta di casi isolati o di parte di una necropoli più ampia? Le successive analisi paleopatologiche puntano ora a individuare traumi e malattie per ricostruire il tenore e la qualità di vita delle popolazioni dell'epoca.
Il coordinatore delle ricerche, Raffaele Sardella (Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza), ha evidenziato come tali dati impongano una revisione storiografica del sito, rivelandone un'occupazione molto più prolungata nel tempo. Maria Nicolaci (Dipartimento di Biologia e biotecnologie "Charles Darwin") ha invece rimarcato l'importanza del patrimonio museale storico, dimostrando come le nuove tecnologie di laboratorio possano estrarre informazioni inedite anche da reperti scavati nel passato.
L'attività di ricerca su Grotta Romanelli è sostenuta dal 2016 nell'ambito del Progetto Grandi Scavi della Sapienza. Le ultime analisi si devono alla collaborazione tra l'Ateneo romano e la Federico II di Napoli, con l'apporto delle datazioni al radiocarbonio eseguite dal CEDAD dell'Università del Salento e i contributi scientifici del CNR-IGG e delle Università di Torino e Milano.

