Un astronomo dilettante ha notato un anello di 25 chilometri attorno al lago Marsal. Una spedizione dell’ottobre 2025 ha trovato i coni d’urto, la prova di un impatto. L’età, circa 390 milioni di anni, è una stima preliminare, e la fonte è un riassunto di congresso.

 

 

 

Età della struttura da impatto di Uhackatik, nel Québec, secondo due metodi: in blu l’intervallo ricavato dal paleomagnetismo della roccia fusa d’impatto, con il valore centrale di circa 390 milioni di anni; in arancio l’età più giovane degli zirconi misurata con il piombo, dato preliminare. Elaborazione di Scienzaonline su dati di Gattacceca J. et al., 88th Annual Meeting of the Meteoritical Society 2026, abstract 5369 (riassunto di congresso, non sottoposto a revisione). Grafico originale della redazione.

 

Da miliardi di anni Mercurio, il corpo planetario più piccolo del Sistema Solare, è interessato da un progressivo processo di raffreddamento e contrazione interna. Questo fenomeno provoca il cedimento della superficie e la formazione di mastodontiche scarpate di faglia (lobate scarps), strutture lunghe centinaia di chilometri capaci di innalzarsi fino a 2000 metri di quota.

Una ricerca pubblicata sulla rivista Nature Communications — intitolata Graphite lubricates Mercury’s global contraction — ha fatto luce sui meccanismi alla base di questa profonda ristrutturazione geologica. Lo studio dimostra che a facilitare lo scorrimento delle faglie è stata la presenza diffusa nella crosta di grafite, la medesima sostanza minerale impiegata per le mine delle matite. La scoperta si deve a un lavoro di squadra che ha visto la collaborazione tra l'Università di Padova, l'Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF-OAPD) e l'Università di Milano-Bicocca.


Un team internazionale guidato dall'Università di Bologna ha misurato le stelle più antiche della nostra galassia. Il verdetto? Con 13,6 miliardi di anni di vita, queste stelle suggeriscono che il cosmo sia più vecchio di quanto indicato da alcune stime recenti.

Niente può essere più giovane di ciò che contiene. Partendo da questo principio logico inattaccabile, un gruppo di astrofisici dell'Università di Bologna, dell'INAF e dell'Istituto Leibniz di Potsdam (AIP) ha cercato di sciogliere uno dei nodi più intricati dell'astronomia moderna: la determinazione dell'età esatta dell'Universo.

 

 

Nel 2031, la sonda giapponese Hayabusa2 avrà un incontro straordinario e impegnativo. Il suo bersaglio non sarà una roccia spaziale gigante, ma un asteroide di soli 11 metri di diametro denominato 1998 KY26—piccolo abbastanza da stare comodamente dentro il domo di un telescopio terrestre. Ma qui iniziano i problemi. Questo asteroide microscopico ruota completamente su se stesso in soli 5 minuti, il doppio della velocità precedentemente ritenuta. Questo significa che il team di JAXA (l'agenzia spaziale giapponese) deve ripensare completamente la missione. I risultati, pubblicati su Nature Communications da un team internazionale coordinato dall'astronomo spagnolo Toni Santana-Ros, rappresentano il primo caso mai registrato in cui il target di una missione spaziale è paragonabile in dimensioni al veicolo che lo visita.


Il metodo asterosismico, basato sullo studio dei “terremoti stellari”, è stato messo a confronto per la prima volta con le tradizionali misure basate sulle leggi della gravità, confermando la sua affidabilità e accuratezza nel rilevare la massa, e quindi l’età, delle stelle.

Si può scoprire l’età di una stella osservando come “risuona”. Lo ha dimostrato un gruppo internazionale di ricerca guidato da studiosi dell’Università di Bologna che si è concentrato su una gigante rossa – una stella che si trova in una fase avanzata della sua evoluzione e caratterizzata da un raggio circa 10 volte quello solare – all’interno di un sistema binario.

Grazie all’osservazione delle eclissi e delle variazioni di velocità dovute al moto orbitale, i ricercatori hanno determinato la massa della gigante rossa usando la legge di gravitazione universale di Newton.

Allo stesso tempo però, i ricercatori hanno anche calcolato la sua massa, e quindi la sua età, utilizzando l’asterosismologia: un metodo che permette di rivelare le proprietà delle stelle a partire dall’analisi delle loro risonanze naturali.


Una ricerca internazionale, a cui ha contribuito la Sapienza, ha fornito nuove informazioni sulla composizione del sottosuolo marziano e ha definito le caratteristiche dei ghiacciai che ricoprono il polo nord del pianeta. I risultati, pubblicati su Nature, si basano su un'analisi geofisica simile a quella utilizzata sulla Terra per studiare la deformazione della crosta sotto il peso delle masse glaciali
La superficie della Terra e quella di Marte, come degli altri pianeti terrestri, è costituita perlopiù da roccia e metalli. Nonostante l’aspetto apparentemente inalterabile, la crosta di questi pianeti è soggetta a una serie di deformazioni. Ma rispetto al mantello terrestre, quello marziano risulta essere molto più resistente: a questa scoperta, recentemente pubblicata su Nature, ha contribuito il Dipartimento di Ingegneria meccanica e aerospaziale della Sapienza. Gli scienziati sono partiti dallo studio del polo nord di Marte per capire come la superficie del pianeta risponda alla pressione esercitata da una vasta calotta di ghiaccio, documentando per la prima volta in ambito planetario processi di isostasia post-glaciale.

Le prime immagini ad alta definizione della “ragnatela cosmica” che struttura l’Universo sono state ottenute grazie a uno studio guidato da ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF). Grazie a MUSE (Multi-Unit Spectroscopic Explorer), innovativo spettrografo installato presso il Very Large Telescope dell’European Southern Observatory, in Cile, il team ha catturato una struttura cosmica risalente a un Universo molto giovane. La scoperta è stata appena pubblicata su Nature Astronomy nell’articolo “High-definition imaging of a filamentary connection between a close quasar pair at z=3” e apre una nuova prospettiva per comprendere l'essenza della materia oscura.


Un team di scienziati dell’Università Statale di Milano ha ideato come tenere in allenamento, all’interno dei moduli abitativi spaziali e attraverso una corsa che sembrerebbe impossibile, i futuri astronauti che stazioneranno a lungo sulla Luna, aiutandoli a mantenere le funzioni corporee a livello terrestre. La pubblicazione su Royal Society Open Science.

L’uomo sta per tornare sulla Luna. E questa volta per restarci a lungo, come prevede il programma Artemis della Nasa. Ma vivere in condizioni di micro gravità come quelle presenti sul nostro satellite ha effetti negativi sul corpo umano: indebolimento muscolare, perdita di densità ossea, problemi di circolazione.
Ora però i ricercatori dell’Università degli Studi di Milano hanno individuato un sistema che potrà permettere agli astronauti di allenarsi anche sulla Luna e prevenire così l’insorgenza di questi disturbi fisici.


Uno studio italiano coordinato dal Dipartimento di Ingegneria meccanica e aerospaziale della Sapienza ha confrontato i dati geofisici acquisiti da differenti missioni spaziali per determinare la quantità di acqua ancora presente sul pianeta rosso. Il lavoro, pubblicato su Icarus, getta nuova luce sull’evoluzione del clima marziano e dei pianeti terrestri
Lo studio accurato delle calotte polari di Marte rappresenta uno degli obiettivi fondamentali delle missioni spaziali che esplorano il pianeta rosso in quanto conservano informazioni cruciali sull'evoluzione del clima marziano. Sebbene la presenza di acqua sulla superficie in ere geologiche passate sia stata dimostrata attraverso vari dati, i processi che hanno portato alla perdita di acqua dalla superficie e dall'atmosfera sono ancora poco conosciuti. La misurazione accurata della concentrazione dei tre principali elementi nelle calotte polari - polvere, ghiaccio secco e ghiaccio d’acqua - è quindi un risultato fondamentale per determinare la quantità di acqua ancora presente sul pianeta rosso.


Un team internazionale di ricercatori ha scoperto la presenza di vapore acqueo nel disco protoplanetario orbitante una giovane stella, proprio dove potrebbero formarsi nuovi pianeti: infatti, l'acqua è un ingrediente fondamentale per la vita sulla Terra e si pensa che svolga un ruolo significativo anche nella formazione dei pianeti. Tuttavia, finora non eravamo mai stati in grado di mappare la distribuzione dell'acqua in un disco stabile e freddo, il tipo di disco che offre le condizioni più favorevoli alla formazione di pianeti intorno a giovanistelle. Le nuove scoperte sono state possibili grazie alle capacità uniche dell'Atacama Large Millimeter/submillimeter Array (ALMA).

 

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