Litigare non porta a uccidere: cento specie di primati tengono separate le due aggressioni

Guido Donati * 12 Ott 2026



Uno studio dell’Università di Lincoln confronta cinque forme di aggressione in cento specie di primati, uomo compreso. Le uccisioni vanno insieme fra loro, le liti quotidiane no. Il lavoro è uscito su Evolution Letters il 3 marzo 2026 e torna ora in circolazione per un comunicato.

 

 

Quota di specie di primati, su 100 studiate, in cui sono documentati l’infanticidio e l’uccisione di adulti fra gruppi e nel gruppo, per sesso di chi uccide. Elaborazione di Scienzaonline su dati di Majolo B. et al., Evolution Letters 2026, doi 10.1093/evlett/qrag002.
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Sessantacinque specie di primati su cento uccidono i piccoli della propria specie. Ventidue uccidono adulti di un altro gruppo, diciannove adulti del proprio. Sono i conti di Bonaventura Majolo, Samantha Wakes e Marcello Ruta, dell’Università di Lincoln, in Inghilterra. Lo studio è uscito su Evolution Letters il 3 marzo 2026. ScienceDaily lo ha ripreso il 6 ottobre con un titolo sull’uomo e senza la data del lavoro.
La domanda di fondo è vecchia. La lite di ogni giorno e l’omicidio stanno sulla stessa scala, con l’una che prepara l’altro? Se fosse così, le specie più litigiose dovrebbero essere anche quelle che uccidono di più. Il gruppo di Lincoln ha messo l’idea alla prova su 98 specie e due coppie di sottospecie, da 43 generi e 11 famiglie. L’uomo fa parte del campione. Tutte le specie vivono in gruppo, libere, senza cibo fornito dall’uomo.


I dati vengono dalla letteratura pubblicata fra il 1950 e il giugno 2022 e da un questionario rivolto a 39 primatologi, che hanno coperto 28 specie o sottospecie. Gli autori hanno separato cinque comportamenti. Le liti senza esito mortale contano due volte, fra gruppi diversi e dentro lo stesso gruppo. Lo stesso vale per l’adulticidio, l’uccisione di un adulto della propria specie. Il quinto comportamento è l’infanticidio.
Le uccisioni sono rare e poco osservate, e per questo entrano nell’analisi solo come presenti o assenti. Le liti hanno invece una misura. In media il 52 per cento degli incontri fra gruppi diversi finisce in un’aggressione lieve. Dentro il gruppo ogni animale è coinvolto in 0,17 episodi all’ora.
Il confronto tiene conto della parentela. Due specie vicine si somigliano anche perché discendono da un antenato comune, e il modello statistico, di tipo bayesiano, separa questa eredità dal resto. Una seconda versione del modello aggiunge la differenza di taglia fra maschi e femmine, il loro rapporto numerico, la grandezza del gruppo, la quota di foglie nella dieta e la difesa del territorio.
Le tre forme di uccisione viaggiano insieme. Le specie che uccidono adulti di altri gruppi tendono a farlo anche nel proprio, con una correlazione di 0,52 su una scala che arriva a 1. Il legame con l’infanticidio vale 0,44 per le uccisioni fra gruppi e 0,48 per quelle interne. Le liti si legano poco alle uccisioni. Le correlazioni sono deboli e incerte, e alcune hanno il segno negativo. Fra le liti con altri gruppi e l’infanticidio il valore è di meno 0,32, sotto la soglia di affidabilità che gli autori si sono dati. Una specie che litiga spesso non è per questo una specie che uccide.
La parentela pesa di più sulle uccisioni che sulle liti. Nel modello senza fattori ecologici l’albero genealogico delle specie spiega il 42 per cento della variazione nell’infanticidio. Per le liti fra gruppi la quota scende al 22 per cento, per quelle interne al 9.


Fra i sessi il quadro cambia. Nei maschi l’adulticidio fra gruppi e quello interno restano legati, con 0,47 nel modello semplice e 0,46 in quello completo. Nelle femmine il legame si ferma a 0,24 e resta incerto, e sale a 0,33 solo quando entrano i fattori ecologici. Per gli autori le diverse uccisioni non vanno sommate in un unico indice di violenza.
I limiti stanno nel lavoro stesso. Le uccisioni sono registrate come sì o no perché mancano i dati sui tassi. Gli autori ritengono che i casi di adulticidio siano sottostimati. L’infanticidio compare circa tre volte più spesso dell’adulticidio. Una parte della distanza può venire dall’attenzione dei ricercatori, che l’infanticidio lo studiano in modo sistematico da tempo. Un’altra ragione può essere il rischio, più basso per chi attacca un piccolo che per chi affronta un adulto.
Il titolo dell’aggregatore promette una notizia sulla natura umana. Il risultato riguarda i primati nel loro insieme, e l’uomo vi compare come una specie su cento. Fra i primati litigare e uccidere seguono strade evolutive diverse, e il passaggio dalla lite all’uccisione segue regole più complicate di quelle previste dai modelli ecologici correnti. Il lavoro non ha finanziamenti specifici e gli autori non dichiarano conflitti di interesse. I dati sono depositati nell’archivio dell’Università di Lincoln.


Bibliografia
Majolo B., Wakes S.J., Ruta M., «Origins of violence: evolutionary decoupling between mild and lethal conspecific aggression in primates», Evolution Letters, 10, 2, 207–216, pubblicato online il 3 marzo 2026, accesso aperto (CC BY). doi: 10.1093/evlett/qrag002
Dati dello studio: archivio dell’Università di Lincoln, hdl: 10779/lincoln.31026160
University of Lincoln, comunicato ripreso da ScienceDaily, «Humans May Not Be as Hardwired for Violence as We Thought», 6 ottobre 2026 (usato solo come segnalazione).

*Board Member, SRSN (Roman Society of Natural Science)
Past Editor-in-Chief Italian Journal of Dermosurgery


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