Il bagnante esce dall'acqua con una striscia rossa sul braccio, larga un dito, e già gli fanno cerchio intorno. C'è chi ha pronto l'aceto e chi giura sull'ammoniaca, non manca chi propone di farci la pipì sopra, e il bagnino si fa largo con il ghiaccio. Per molti anni, quando il cerchio arrivava fino a me, io dicevo alcol, e avevo una ragione. Ma in quel cerchio, me compreso, non c'era chi avesse mai guardato al microscopio una nematocisti mentre le si versava sopra qualcosa. È stato fatto, e sono andato a leggere.
Da noi la medusa è quasi sempre Pelagia noctiluca, la medusa luminosa, viola, con l'ombrello fra i quattro e i dieci centimetri, la più comune e la più urticante del Mediterraneo. Nel Salento, dove le punture sono state contate nei presìdi sanitari estivi, è il primo motivo per cui ci si presenta al medico di spiaggia. Sui tentacoli e sulle braccia orali porta milioni di nematocisti, capsule di collagene grandi un centesimo di millimetro, con dentro un filamento arrotolato e un liquido a una pressione che nell'idra, dove è stata misurata, arriva a centocinquanta atmosfere. Quando la capsula si apre l'acqua entra, la pressione spara il filamento come un arpione e il veleno passa nella pelle; il primo scatto dura meno di un milionesimo di secondo. Le capsule già esplose hanno già iniettato, e su quelle resta solo il dolore da curare. Quelle ancora chiuse, sui pezzetti di tentacolo rimasti sulla pelle, sono il problema, e qualunque cosa si versi sulla puntura serve a tenerle chiuse mentre le si porta via.
La mia ragione era l'osmosi. La scarica è acqua che entra nella capsula e la fa esplodere; l'acqua dolce, più diluita del mare, la fa entrare, e infatti si dice di non usarla. L'alcol, pensavo, fa il contrario, toglie acqua, e in più evapora e rinfresca. Con lo stesso ragionamento avrei potuto consigliare il sale, che è la soluzione ipertonica più semplice che esista.
A Messina, dove Pelagia arriva a banchi nello Stretto, Antonio Salleo e Giuseppina La Spada studiano le sue capsule dagli anni Ottanta. Nel 1984, su capsule isolate, trovarono che ad aprirle sono gli anioni, cloruro e ioduro, mentre calcio, bario e magnesio le tengono chiuse. Il sale mi è caduto lì, perché il sale è cloruro. Nel 2014 il loro gruppo, con Rossana Morabito, provò sulle braccia orali la lidocaina all'1 per cento, l'alcol al 70, l'ammoniaca al 20 e l'acido acetico al 5, sensibilizzando le capsule con zuccheri e amminoacidi e toccandole poi con una sonda. Da sole, nessuna delle quattro sostanze apriva le capsule; tutte e quattro frenavano di molto la scarica provocata dagli stimoli. Gli autori concludono che un trattamento immediato, anche con alcol o aceto, può ridurre le lesioni. Avevo ragione.
Per il tempo di aprire i lavori di Barcellona.
Ainara Ballesteros e Josep-Maria Gili, all'Istituto di scienze del mare, hanno fatto una cosa più semplice e più vicina alla spiaggia. Un pezzo di tentacolo nel liquido, e cinque minuti al microscopio, senza sensibilizzare e senza toccare. Nel 2021 l'aceto da solo ha fatto scaricare le nematocisti di Pelagia, tutti e quattro i tipi, una scarica media; nella prova del veleno attraverso una membrana, aceto e acqua di mare non differivano, quindi l'aceto non riduceva il veleno e non lo aumentava in modo misurabile. Sulla cubomedusa Carybdea marsupialis, che vive negli stessi mari, l'aceto le ha invece bloccate, ed è il motivo per cui lo stesso consiglio può essere giusto per una medusa e sbagliato per quella accanto. Per far sparare le capsule della Carybdea e provare che l'aceto le teneva chiuse, lo stimolo scelto è stato l'alcol a 96 gradi, che le apre in massa. L'anno dopo la prova si è allargata a trentuno sostanze, più o meno tutto quello che si può avere in borsa o in cucina. L'acqua di mare lascia le capsule come sono. Quasi tutto il resto le apre, l'ammoniaca, la candeggina, il limone, la cola, il bicarbonato, il sale da cucina. L'acqua dolce non le apre, ma stacca dal tentacolo le cellule urticanti, che rotolano sulla pelle e si scaricano al contatto, e resta fuori per questo. L'alcol da solo non è stato provato; la lidocaina al 10 per cento sciolta in alcol è una delle tre sole cose che tengono chiuse le capsule anche sotto stimolo, e i gel da banco alla lidocaina non compaiono in nessuno dei due lavori. Sulle altre meduse l'alcol da solo ha una storia brutta. Sulla Chrysaora americana, nel 2010, apriva le capsule; sulla Nemopilema coreana, nel 2016, chi lo provava sulla pelle stava peggio di prima.
Il disaccordo fra Messina e Barcellona è sull'aceto e sull'ammoniaca, e gli spagnoli lo spiegano con il metodo. Va aggiunto chi paga. I lavori di Barcellona li finanzia l'ISDIN, un'azienda di cosmetici. Nel 2022 i quattro autori, Ballesteros e Gili compresi, dichiarano di aver chiesto due brevetti e che l'ISDIN ha partecipato all'analisi e rivisto il testo; nel 2021, stesso finanziatore e una coautrice dell'azienda, si legge «nessun conflitto di interessi». Le fotografie restano quel che sono, ma chi legge deve saperlo prima di comprare la crema. Quanto al gel al cloruro d'alluminio che ogni ospedale italiano consiglia, sulla Pelagia non è mai stato provato. Il suo cugino australiano, lo Stingose, solfato d'alluminio in detergente, in uno studio americano del 1983 sulla Chrysaora ha bloccato la scarica; lo cito dalla tabella di Barcellona, senza aver letto l'originale.
Sull'alcol avevo ragione per la metà che si può misurare, quella di Messina, dove non apre le capsule e frena la scarica. Avevo torto sul perché, perché la capsula non cede acqua verso l'esterno e l'alcol attraversa le membrane invece di tirarle. Ed è la metà che sulla Pelagia non è ancora stata misurata, l'alcol da solo senza sensibilizzare, a farmi cambiare consiglio, perché altrove ha aperto capsule e perché esiste una cosa che fa lo stesso lavoro senza il dubbio. Sul dolore gli australiani, che di meduse ne sanno più di tutti, hanno riscritto le linee guida l'anno scorso, e dicono che fuori dai tropici si va di caldo o di freddo, e le prove sono in conflitto. Caldo e freddo lavorano sul veleno già dentro, non sulle capsule, e vengono dopo.
Perciò oggi, quando il cerchio arriva fino a me, dico di uscire dall'acqua e di sciacquare con l'acqua di mare. Di togliere i frammenti con il bordo di una tessera passato piano, senza strofinare, senza sabbia e senza dita. Di lasciare nella borsa l'aceto, l'ammoniaca, l'urina, il sale e il mio vecchio alcol. Di mettere il freddo dopo, appoggiato e mai premuto, meglio di tutto il braccio in un secchio d'acqua di mare fredda, perché il cubetto sulla pelle fonde in acqua dolce e preme; o l'acqua calda, se c'è a una temperatura che la pelle regge, come preferiscono gli australiani per la loro Physalia. Devo dire, perché è l'obiezione che faccio agli altri, che Yanagihara e Wilcox nel 2017 hanno trovato sulle cubomeduse che risciacquo con acqua di mare, raschiatura e ghiaccio aumentano il veleno iniettato; non è la Pelagia, ma il dato esiste. Se in farmacia c'è un gel alla lidocaina, è l'unica cosa su cui Messina e Barcellona si stringono la mano. Dal medico si va se la reazione esce dalla striscia, se manca il respiro, se è colpito un occhio, se la puntura è su un bambino piccolo.
Il cerchio intorno al bagnante può sciogliersi. Quello che serve ce l'ha già intorno, il mare e una tessera in tasca. L'alcol l'ho rimesso nell'armadietto.
Bibliografia
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