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If in our previous journey, "The Akan Weights: A Journey into the Realm of Wisdom" (1, 2), we explored the proverbs and symbols forged in bronze, it's now time to delve into the beating heart of their economy. Gold was the currency, but the true value lay in the ritual that accompanied its exchange. In a world without banks or receipts, trust was the most precious currency, and its worth was measured through a fascinating ritual: the commercial transaction with gold weights.

Function in Trade and Daily Life
Akan and Ashanti gold weights were not just ornaments; they had a practical and fundamental function in the economy and daily life. They were essentially the measurement system used for the gold trade, which served as the currency at the time. In an era when gold dust was the primary form of currency, these weights ensured that every transaction was fair and regulated.

Pubblicato in Scienceonline

 

 


Se nel nostro precedente viaggio nel "I pesi Akan: un viaggio nel regno della saggezza" (1, 2) abbiamo esplorato i proverbi e i simboli forgiati nel bronzo, è tempo di scendere nel cuore pulsante della loro economia. L'oro era la valuta, ma il vero valore risiedeva nel rituale che ne accompagnava lo scambio. In un mondo senza banche né ricevute, la fiducia era la moneta più preziosa, e il suo peso veniva misurato attraverso un affascinante rituale: la transazione commerciale con i pesi d'oro.

La Funzione nel Commercio e nella Vita Quotidiana
I pesi d'oro Akan e Ashanti non erano semplicemente degli ornamenti, ma avevano una funzione pratica e fondamentale nell'economia e nella vita quotidiana. Erano essenzialmente il sistema di misurazione utilizzato per il commercio dell'oro, che all'epoca fungeva da valuta. In un'epoca in cui la polvere d'oro era la principale forma di valuta, questi pesi garantivano che ogni transazione fosse equa e regolamentata.

Pubblicato in Antropologia
Domenica, 07 Settembre 2025 10:09

Gotham and the mistake that could cost you a limb

Barbara brings Tabitha's hand to the ice



If you're a fan of Gotham, you'll remember the dramatic scene that marked Edward Nygma's terrifying descent into the madness of the Riddler. After losing his beloved Isabella, Nygma, who prides himself on his superior intellect, doesn't just seek revenge, but a twisted and macabre form of justice. Believing that Butch and Tabitha Galavan are responsible for the death of the woman he loved, he subjects them to a diabolical game. It's not just about punishment, but about an exhausting psychological hunt for the truth. The scene culminates in a chilling moment: Nygma forces Tabitha to undergo an amputation. Her allies, driven by despair and hope, take the severed hand and place it in a plastic bag with ice to take it to the hospital, convinced they are saving it. But in this very act of hope, the series commits a mistake that, in real life, can have devastating consequences.

Pubblicato in Scienceonline
Domenica, 07 Settembre 2025 09:47

Gotham e l'errore che può costarti un arto

Barbara porta la mano di Tabitha nel ghiaccio

 

Sei un fan di Gotham? Allora ricorderai la scena che ha segnato la terrificante discesa di Edward Nygma verso la follia dell'Enigmista. Dopo aver perso la sua amata Isabella, Nygma, che si vanta della sua intelligenza superiore, non cerca semplicemente vendetta, ma una giustizia contorta e macabra. Credendo che Butch e Tabitha Galavan siano i responsabili della morte della donna che amava, li sottopone a un gioco diabolico. Non si tratta solo di punizione, ma di un'estenuante e psicologica caccia alla verità. La scena culmina in un momento agghiacciante: Nygma costringe Tabitha a subire un'amputazione. I suoi alleati, spinti dalla disperazione e dalla speranza, prendono la mano recisa e la mettono in un sacchetto di plastica con del ghiaccio per portarla in ospedale, convinti di salvarla. Ma proprio in questo atto di speranza, la serie commette un errore che, nella vita reale, può avere conseguenze devastanti.

Pubblicato in Antropologia

 

 Statuina in bronzo raffigurante schiavo Asante 


Il presente saggio si configura come un'analisi estesa e un commento critico al lavoro di Heather Jane Sharkey, "Domestic slavery in the nineteenth- and early-twentieth-century northern Sudan" (1992). L'obiettivo è esplorare in profondità la tesi dell'autrice, che sposta il focus dalla schiavitù come fenomeno di mero commercio o sfruttamento agricolo per esaminarla come un'istituzione complessa, radicata nel tessuto sociale e culturale sudanese. Il testo discute la trasformazione della schiavitù da pratica d'élite a fenomeno di massa e analizza il suo ruolo nell'etica dell'ozio e nel prestigio sociale. Vengono inoltre affrontate le sfide metodologiche legate alla carenza di fonti dirette e la diversità delle esperienze degli schiavi, spesso ignorate dalla storiografia tradizionale. In conclusione, il nostro saggio traccia un parallelo tra l'eredità irrisolta della schiavitù in Sudan e le sue ripercussioni sul razzismo sistemico e sulle disuguaglianze negli Stati Uniti, sottolineando come in entrambi i contesti il passato continui a plasmare le dinamiche del presente.

Pubblicato in Antropologia



This essay is an extended analysis and critical commentary on Heather Jane Sharkey's work, "Domestic slavery in the nineteenth- and early-twentieth-century northern Sudan" (1992). The goal is to deeply explore the author's thesis, which shifts the focus from slavery as a mere phenomenon of trade or agricultural exploitation to examine it as a complex institution, rooted in the social and cultural fabric of Sudan. The text discusses the transformation of slavery from an elite practice to a mass phenomenon and analyzes its role in the ethics of idleness and social prestige. It also addresses the methodological challenges related to the lack of direct sources and the diversity of slaves' experiences, which are often ignored by traditional historiography. In conclusion, our essay draws a parallel between the unresolved legacy of slavery in Sudan and its repercussions on systemic racism and inequality in the United States, highlighting how in both contexts, the past continues to shape the dynamics of the present.

Pubblicato in Scienceonline


Un team di ricercatori italiani del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) di Napoli e del TIGEM (Istituto Telethon di Genetica e Medicina) di Pozzuoli ha messo a punto una tecnica innovativa che potrebbe rivoluzionare lo studio e la cura delle malattie da accumulo lisosomiale. La ricerca, pubblicata su ACS Nano, descrive come per la prima volta è stato possibile analizzare in 3D i lisosomi, gli "organi digestivi" delle cellule, senza usare marcatori fluorescenti.

Pubblicato in Medicina

 

 Welwitschia mirabilis female Guido Donati and the nature guide P.J. Brokkies Breitenbach

Imagine walking across a landscape that time seems to have forgotten, a place where life defies all logic and every form of existence tells a story spanning millennia. We aren't talking about ancient ruins, but a botanical kingdom that manifests in one of its most enigmatic and fascinating expressions: the Namib Desert. Here, in this vast and unforgiving African landscape, lies a living monument to adaptation and persistence: the Welwitschia mirabilis J.D. Hooker 1862. A trip to Namibia is not complete without a respectful encounter with this extraordinary plant, a true "living fossil" that prompts us to reflect on the nature of life itself and its incredible ability to thrive against all odds.

Pubblicato in Scienceonline

 Welwitschia mirabilis female Guido Donati and the nature guide P.J. Brokkies Breitenbach

 

Immaginate di camminare su un paesaggio che il tempo sembra aver dimenticato, un luogo dove la vita sfida ogni logica e dove ogni forma di esistenza racconta una storia millenaria. Non stiamo parlando di rovine antiche, ma di un regno vegetale che si manifesta in una delle sue espressioni più enigmatiche e affascinanti: il Deserto del Namib. Qui, in questo vasto e implacabile scenario africano, risiede un monumento vivente all'adattamento e alla persistenza: la Welwitschia mirabilis J.D. Hooker 1862. Un viaggio in Namibia non è completo senza un incontro rispettoso con questa straordinaria pianta, un vero "fossile vivente" che ci interroga sulla natura della vita stessa e sulla sua incredibile capacità di prosperare contro ogni probabilità.


Un team di ricercatori italiani ha gettato nuova luce sulla peculiare morfologia cranio-facciale dei Neanderthal. Lo studio, pubblicato su "Evolutionary Anthropology", suggerisce che le caratteristiche distintive di questi nostri "cugini" estinti, come il viso sporgente e la fronte sfuggente, potrebbero derivare da un adattamento iniziale del tratto cervicale, ovvero del collo.

Un ritratto del nostro "fratello perduto"
I Neanderthal (Homo neanderthalensis) sono la prima specie umana estinta ad essere stata scoperta e, grazie a numerosi fossili, sappiamo molto del loro stile di vita e del loro aspetto. Erano esseri umani robusti, con un cervello grande e una cultura complessa. Tuttavia, la loro anatomia era molto diversa dalla nostra: avevano una struttura del corpo tarchiata, adatta a climi glaciali, e una testa dalla forma unica, con un cranio basso e allungato, grandi arcate sopracciliari e un naso prominente.

Pubblicato in Paleontologia

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