Aggiungere una manciata di atomi può trasformare radicalmente la risposta di una struttura biologica. Lo conferma un'indagine pubblicata su Nature Communications, esito della cooperazione tra l'Istituto Officina dei Materiali del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Iom) e partner internazionali. La ricerca chiarisce per quale motivo due minime modifiche chimiche riescano ad aumentare fino a quindici volte l'efficacia di un ribozima, un filamento di RNA in grado di fungere da catalizzatore biologico per l'editing e la modificazione delle basi.

Letalità dei casi confermati negli ultraottantenni a Hong Kong. A sinistra il ceppo ancestrale nelle prime quattro ondate, al centro Omicron BA.2 nei non vaccinati della quinta ondata, a destra Omicron BA.2 in chi aveva completato il ciclo primario. Le barre verticali indicano gli intervalli di confidenza al 95 per cento. Elaborazione di Scienzaonline su dati di Emerging Infectious Diseases, vol. 28, n. 9, 2022.

 


L’idea che i patogeni evolvano sempre verso la mitezza è falsa. La selezione naturale non massimizza la clemenza: massimizza la trasmissione. E le due cose coincidono solo in casi particolari.

C’è una frase che torna in ogni epidemia. Il virus si attenuerà da solo. Uccidere l’ospite non gli conviene. Un parassita troppo aggressivo si estingue insieme alla sua vittima.
È una frase rassicurante. Ha l’aria della saggezza naturale. E come tutte le idee che consolano, va guardata da vicino.
Non è un’invenzione popolare: ha una base teorica seria, formalizzata nei primi anni Ottanta da Roy Anderson e Robert May e sviluppata da Paul Ewald. Si chiama teoria del compromesso. Per trasmettersi, un patogeno deve moltiplicarsi dentro l’ospite. Ma più si moltiplica, più lo danneggia, e un ospite morto o immobilizzato smette di trasmettere. Esiste quindi un livello di virulenza che massimizza il numero totale di contagi generati da un’infezione. Né zero, né il massimo. Un punto intermedio.

Illustrazione concettuale della rete mitocondriale: i mitocondri danneggiati vengono riconosciuti e rimossi. Immagine generata con intelligenza artificiale. Non rappresenta cellule reali né i dati dello studio.


Uno studio norvegese realizzato con una società di Hong Kong punta sul rapporto fra NAD⁺ e smaltimento dei mitocondri difettosi. Nessun paziente, nessun farmaco: vermi, cellule e neuroni coltivati in piastra.

Ogni cellula tiene in ordine i propri mitocondri. Quando uno si guasta viene smontato e riciclato. Il processo si chiama mitofagia. Per farlo serve energia, e serve una molecola chiamata NAD⁺, che con l’età diminuisce.
L’ipotesi circola da anni: se il NAD⁺ cala e la mitofagia rallenta, i mitocondri rotti si accumulano e i neuroni si ammalano. Uno studio pubblicato il 21 agosto su Alzheimer’s & Dementia, la rivista dell’Alzheimer’s Association, prova a mettere numeri sotto quell’ipotesi e a indicare dove si potrebbe intervenire.


Il mese di settembre porta con sé la ripresa dell'anno scolastico e il ritorno ai ritmi della vita di tutti i giorni dopo la pausa estiva. Il riadattamento a un'agenda scandita da sonno, alimentazione, sport, studio e vita di relazione rende le prime settimane di lezioni il momento ideale per ripristinare le buone abitudini e identificare tempestivamente eventuali difficoltà o segnali di disagio.

Alberto Villani, responsabile di Pediatria Generale dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, evidenzia come il rientro a scuola rappresenti un'ottima opportunità per ricostruire le routine salutari che durante l'estate si sono allentate, sottolineando l'importanza di dormire a sufficienza, fare colazione, muoversi quotidianamente e mantenere regolarità per supportare il benessere dei ragazzi.


Uno studio del Cnr-Ibba pubblicato sulla rivista Scientific Reports rivela come l'interazione tra alimentazione vegetale/pesce, acido acetilsalicilico e microbiota intestinale possa ridurre in modo significativo l'infiammazione e la formazione di neoplasie.

L'associazione tra una dieta pesco-vegetariana, caratterizzata da un elevato consumo di pesce, verdure e alimenti di origine vegetale, e l'assunzione di acido acetilsalicilico contribuisce in modo determinante a migliorare la salute dell'intestino. Questa particolare combinazione svolge un'efficace azione preventiva nei confronti dei processi infiammatori legati allo sviluppo del tumore del colon-retto, che rappresenta ad oggi la seconda causa di morte per cancro a livello mondiale secondo i dati IARC del 2022. La ricerca è stata coordinata dall’Istituto di biologia e biotecnologia agraria del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ibba), in collaborazione con ricercatori dell’Università degli Studi di Firenze.


Un team di ricerca internazionale guidato dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù ha sviluppato una nuova generazione di cellule immunitarie ingegnerizzate in grado di superare le principali barriere che oggi limitano l'efficacia dell'immunoterapia. Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista Signal Transduction and Targeted Therapy (gruppo Nature), dimostra come queste cellule siano capaci di identificare i tumori che eludono il sistema immunitario, disattivare i loro meccanismi di difesa e prolungare nel tempo la propria azione antitumorale.

«Questa pubblicazione è un importante riconoscimento internazionale dell’elevato valore innovativo della nostra ricerca e del suo potenziale impatto in ambito clinico», spiega la dottoressa Paola Vacca, responsabile dell’Unità di Cellule Linfoidi dell’Immunità Innata del Bambino Gesù e coordinatrice dello studio.



Uno studio pionieristico condotto dal Politecnico e dall’Università di Torino rivela come anche gli ingredienti non alcolici, come l'anidride solforosa, possano incidere sul comportamento al volante, persino quando l'alcolemia rispetta la legge.


In tema di sicurezza stradale siamo abituati a considerare quasi esclusivamente la quantità di alcol ingerita. Tuttavia, ci si chiede se anche la specifica composizione della bevanda possa giocare un ruolo. In che misura elementi non alcolici come i solfiti possono alterare le reazioni di chi guida, pur restando nei parametri consentiti dal codice della strada?
A fare luce su questo interrogativo è una ricerca congiunta del Politecnico di Torino e dell’Università degli Studi di Torino. Lo studio, dal titolo “Understanding driver behaviour after consuming conventional wines with different sulphite contents: insights from a driving simulator study”, è stato pubblicato sulla rivista scientifica PLOS One e finanziato dalla Fondazione CRC (Cassa di Risparmio di Cuneo), con l'obiettivo di valutare in un ambiente controllato se e come la concentrazione di anidride solforosa influenzi le capacità di guida.

 


Nell'universo della nutrizione, la parola "grassi" evoca spesso associazioni negative. Tuttavia, esiste una categoria di lipidi fondamentali senza i quali il nostro organismo non potrebbe funzionare al meglio: gli acidi grassi polinsaturi Omega-3. Definiti essenziali perché il corpo umano non è in grado di sintetizzarli autonomamente, devono essere necessariamente introdotti attraverso la dieta o, quando necessario, tramite un'integrazione mirata.

Il Triunvirato degli Omega-3: ALA, EPA e DHA
Gli Omega-3 non sono tutti uguali; la famiglia si compone principalmente di tre elementi chiave:

L'ALA (Acido Alfa-Linolenico) è di origine prevalentemente vegetale e si trova in noci, semi di lino, semi di chia e nei relativi oli. L'organismo può convertirlo in EPA e DHA, ma questa conversione ha un'efficienza limitata, spesso inferiore al 10%.

L'EPA (Acido Eicosapentaenoico) si trova principalmente nel pesce grasso e nel fitoplancton, ed è un potente modulatore dei processi infiammatori oltre che un prezioso alleato della salute cardiovascolare.

Il DHA (Acido Docosaesaenoico) è un componente strutturale fondamentale della membrana delle cellule cerebrali e della retina, rivelandosi cruciale per la memoria, la funzione cognitiva e la vista.

 

 


Uno studio guidato dall'Università di Padova e pubblicato sulla rivista «Molecular Neurodegeneration» ha fatto luce su un meccanismo finora sconosciuto che regola il controllo e la rimozione delle sinapsi da parte degli astrociti, spiegando come questo processo incida sulla perdita delle connessioni nervose tipica dell'Alzheimer.

Nel cervello sano, le sinapsi vengono costantemente monitorate e modellate per mantenere l'equilibrio della rete neuronale. L'eliminazione delle connessioni danneggiate o inutilizzate è un compito tradizionalmente attribuito alla microglia, le cellule immunitarie del sistema nervoso. Molto meno noto era invece il ruolo svolto da altre cellule gliali, come gli astrociti, e l'impatto delle loro alterazioni nelle patologie neurodegenerative. A lungo considerate semplici elementi di supporto, le cellule gliali sono oggi riconosciute come attrici fondamentali nella fisiologia e nella patologia cerebrale.


Un importante studio internazionale ha fatto luce su un processo inedito che potrebbe favorire la progressione delle malattie neurodegenerative. La ricerca, frutto della collaborazione tra l'Institut Imagine di Parigi e l'Università degli Studi di Milano, rivela che il problema nasce quando i mitocondri delle cellule della microglia non riescono più a gestire correttamente alcune proteine. Questo intoppo manda le cellule in uno stato di stress cronico che ne altera il metabolismo e interrompe il fondamentale dialogo con i neuroni e le altre cellule cerebrali, alimentando infiammazione e senescenza cellulare. Lo studio è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature Neuroscience.

 

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