Moratoria sul Gene Drive

03 Lug 2020 Scritto da

 


Commissario per l’ambiente e per l’oceano Virginijus Sinkevičius, Commissario europeo per la salute e la sicurezza alimentare Stella Kyriakides, Commissione europea, Consiglio europeo

Petizione


Facciamo appello a te per riuscire ad impedire la liberazione negli ecosistemi di organismi creati attraverso il gene drive e per ottenere una moratoria globale contro la liberazione di questi organismi in occasione della Conferenza delle parti (COP) della Convenzione sulla diversità biologica dell’ONU (CBD).

Perché è importante?

Immagina ora delle zanzare geneticamente modificate e progettate per fare aumentare la frequenza dei geni a un ritmo velocissimo, mettendo a repentaglio la catena alimentare e rischiando di sterminare gli esemplari naturali rendendoli infertili.[1]

Secondo diversi scienziati, esiste il rischio che questa tecnica del gene drive potrebbe perfino espandersi, passando dalle zanzare alle farfalle, uccidendo in massa gli impollinatori, mettendo a rischio raccolti, piante e interi ecosistemi.[2]

 

Un nuovo studio internazionale coordinato dal Dipartimento di Medicina molecolare della Sapienza e sostenuto anche da Fondazione AIRC, ha fatto luce sullo spettro dei tumori che insorgono negli uomini con mutazioni nei geni BRCA1 e BRCA2. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista JAMA Oncology.


Le mutazioni nei geni BRCA1 e BRCA2 rappresentano un rilevante esempio di medicina di genere, pur essendo ereditate in ugual misura dai due sessi. Il loro ruolo nella suscettibilità alle forme ereditarie di neoplasie prettamente femminili, come tumori della mammella e dell’ovaio, è ben conosciuto ed è entrato di routine nella pratica clinica; al contrario, l’impatto sul rischio oncologico delle stesse mutazioni nei soggetti di sesso maschile è meno noto.

Nanoparticelle di ossido di ferro

 

Un recente studio condotto nell'ambito del progetto Nano-analytics for Pharmaceutics guidato da Aden Hodzic (CERIC-ERIC), in una collaborazione con i ricercatori dell'UCL – University College London, Maximilian Besenhard, Kim Than, e Asterios Gavriilidis, ha fatto luce su nuovi metodi per la sintesi di nanoparticelle di ossido di ferro. I risultati aiuteranno a migliorare la futura formulazione e somministrazione di farmaci per più efficaci diagnosi e trattamenti dei tumori.

Grazie alla loro biodegradabilità e bassa tossicità, le nano-particelle di ossido di ferro (IONP) sono considerate uno dei nanomateriali principali in campo biomedico. Le loro caratteristiche morfologiche ne consentono l'uso in sistemi di somministrazione di farmaci, come anche in tecnologie per la diagnosi e il trattamento di tumori. Ad esempio, possono essere utilizzate come agente di contrasto per la risonanza magnetica (MRI), strumento diagnostico ampiamente diffuso in oncologia clinica.

 


L’iniziativa “Women’s Europe. Voices in Times of Covid” è sostenuta dal progetto ELaN coordinato dall’Università di Pisa


È partita in tutta Europa la campagna “Women’s Europe. Voices in Times of Covid”, un’iniziativa di sensibilizzazione sulle conseguenze di genere della crisi generata dall’emergenza Coronavirus. La campagna è sostenuta dal progetto “European Law and Gender” coordinato da Elettra Stradella, docente di diritto pubblico comparato del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Pisa. Si tratta quattro brevi video disponibili sul sito del progetto ELaN in cui si compie una analisi di genere della crisi, denunciando il rischio di escludere la parità di genere dalle politiche di interventi in epoca post-Covid e, più in generale, portando all’attenzione l’importanza di sviluppare un programma di ripresa in grado di cambiare lo stato delle cose, anche attraverso un nuovo contratto sociale.


È andato a Guido Cavaletti, prorettore alla Ricerca e docente di Anatomia umana dell’Università di Milano-Bicocca, il premio Alan J. Gebhart per l’eccellenza nella ricerca sul sistema nervoso periferico, conferito dalla Peripheral Nerve Society (PNS) nell’ambito del meeting annuale, che per questa edizione, nel rispetto delle regole anti-Covid, si svolge in videoconferenza dal 27 al 30 giugno.

Istituito nel 2016, il prestigioso riconoscimento è stato assegnato per la prima volta a uno scienziato italiano da parte della PNS, l’organizzazione internazionale no-profit che raggruppa scienziati, medici e altri operatori sanitari impegnati nello studio e nella cura delle malattie del sistema nervoso periferico.

Il premio, la cui parte economica verrà interamente devoluta alla ricerca, è stato attribuito per il contributo fornito allo studio delle neuropatie da agenti tossici, con particolare riferimento agli effetti collaterali della chemioterapia antineoplastica, che rappresenta uno dei fattori limitanti più gravi per molti tipi di trattamento.

Formazione di addotti a partire da EGCG e altri polifenoli con la molecola tossica MGO. Riquadro in basso: specie tossiche presenti nell’aerosol di una e-cig.

 

 

 

La loro aggiunta al liquido delle e-cig permette di ridurre fino al 99.6% la concentrazione di molecole tossiche come la formaldeide, prodotte dalla degradazione di glicerolo e glicole propilenico. La ricerca, che prende spunto da analoghi studi nel campo della chimica degli alimenti, è stata condotta da ricercatori dell’Istituto per il sistema produzione animale in ambiente mediterraneo del Cnr, in collaborazione con le Università britanniche di Abertay, St Andrews e Nottingham pubblicata su RSC Advances

L’utilizzo di sigarette elettroniche (e-cig) costituisce un dibattuto problema di salute pubblica perché, ad oggi, manca una completa valutazione del rischio: nonostante contengano sostanze tossiche e cancerogene in minor quantità e concentrazione rispetto al fumo di tabacco, i dati disponibili nel breve intervallo temporale dalla recente introduzione di questi dispositivi dimostrano come il fumo da e-cig contenga molecole tossiche derivanti dalla degradazione termica degli additivi presenti nei liquidi di alimentazione, il glicole propilenico e il glicerolo, benché in quantità minori rispetto alle sigarette convenzionali.

La possibilità di modificare la composizione di tale liquido per ridurne la tossicità è una via finora poco esplorata. I ricercatori del Laboratorio di proteomica e spettrometria di massa dell’Istituto per il sistema produzione animale in ambiente mediterraneo del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ispaam), insieme ai colleghi delle Università britanniche di Abertay, St Andrews e Nottingham, hanno utilizzato i polifenoli, molecole organiche naturali costituite da uno o più anelli aromatici (fenoli), per limitare e controllare la formazione di formaldeide, acetaldeide e altri carbonili, sostanze tossiche per le cellule del cavo orale, bronco-alveolare e/o polmonari. Lo studio è stato pubblicato su RSC Advances.


Gli interferoni di tipo tre, proteine prodotte durante la risposta immunitaria a virus come quello dell’influenza o Sars-Cov-2, possono provocare danni a livello polmonare: la possibilità di somministrarli ai pazienti affetti da Covid-19, suggerita da alcuni recenti sperimentazioni cliniche, deve essere, pertanto, valutata con grande attenzione e cautela.

A questa conclusione giunge lo studio “Type III interferons disrupt the lung epithelial barrier upon viral recognition”, appena pubblicato su Science (DOI: https://doi.org/10.1126/science.abc3545), nato dalla collaborazione internazionale tra il Professor Ivan Zanoni e la Dottoressa Benedetta Sposito dell’Università degli studi di Milano-Bicocca, i Dottori Achille Broggi e Sreya Ghosh della Harvard Medical School, l’Ospedale San Raffaele e il centro di Ricerca Humanitas di Milano.

I ricercatori hanno analizzato i meccanismi di funzionamento degli interferoni, proteine capaci di “interferire” con la replicazione dei virus. Il nostro organismo ne produce di diversi tipi, definiti interferoni di tipo uno, due o tre, a seconda della famiglia di appartenenza. Quando un virus delle vie respiratorie, come il SARS-CoV-2, infetta il nostro organismo, alcuni di questi interferoni vengono prodotti per combatterlo.

 

L’infezione da Coronavirus colpisce le vie respiratorie e la polmonite è una delle sue complicazioni principali. Una Tac o una radiografia possono dare informazioni utili per la diagnosi di Covid-19?

L’abbiamo chiesto a Valentina Vespro, medico radiologo del Policlinico di Milano esperto in radiologia toracica.

- È possibile individuare il virus tramite radiografia o Tac del torace?

L’imaging radiologico non rappresenta un criterio diagnostico per l’infezione da Coronavirus (Sars-Cov2), ma è in grado di evidenziare l’eventuale polmonite che ad essa si può associare, in tal caso infatti è possibile vedere alla radiografia o alla TC una opacità, definita addensamento. Questo è un segno di possibile polmonite Covid-19 dovuta all’infezione in corso che dovrà essere confermata con il tampone. Per questo motivo una RX o una TC del torace negativi, cioè senza un addensamento a livello polmonare, non possono escludere a priori l’infezione da Sars-Cov2.

Dalla nostra esperienza e dai dati pubblicati fino ad ora dalla letteratura mondiale, si può dire che le alterazioni evidenziate dalla TC per le loro peculiarità (pattern radiologico) e per la loro distribuzione all’interno dei polmoni sono abbastanza caratteristiche di questo tipo di infezione.

- Cosa avviene a livello dei polmoni dei pazienti Covid-19?

Nel caso in cui l’infezione da Coronavirus colpisca i polmoni, si è notata una correlazione diretta tra evoluzione del quadro radiologico e lo stato di salute del paziente (situazione clinica).

Nei primi 4 giorni (fase iniziale) la radiografia è caratterizzata da addensamenti sfumati, nella parte inferiore dei polmoni. Dal 5° all’8° giorno, si può assistere ad un peggioramento clinico del paziente che presenterà tosse e difficoltà respiratoria (dispnea ingravescente). L’RX mostrerà una maggiore estensione degli addensamenti a livello polmonare: nella radiografia i polmoni appariranno, per così dire, sempre più ‘bianchi’.

Lo studio di queste alterazioni polmonari con TC ad alta risoluzione ha mostrato che inizialmente viene coinvolto l’interstizio intralobulare (cioè il tessuto che riveste gli alveoli) e con il progredire della malattia si diffondono nello spazio ‘cavo’ dell’alveolo*, determinano un danno alveolare diffuso.


La conferma in uno studio internazionale guidato in Italia dal Policlinico di Milano pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica New England Journal of Medicine. I pazienti con gruppo 0, invece, sembrano più protetti dagli effetti del coronavirus. La ricerca, effettuata su pazienti italiani e spagnoli, permetterà di prevedere su quali persone sono più probabili eventuali complicazioni e migliorerà le strategie per la prevenzione, per trattamenti mirati e per vaccini più efficaci.

Le persone con il gruppo sanguigno A hanno maggiori probabilità di sviluppare sintomi più gravi di Covid-19. A confermarlo è una ricerca scientifica internazionale pubblicata sulla rivista scientifica New England Journal of Medicine che ha coinvolto centri di ricerca italiani, norvegesi, tedeschi e spagnoli. In Italia lo studio è stato coordinato dal Policlinico di Milano e ha coinvolto anche l'Istituto Clinico Humanitas e l'Ospedale San Gerardo di Monza. Gli scienziati hanno preso in esame 1.600 pazienti di Italia e Spagna, i due Paesi più colpiti dall'emergenza coronavirus, scoprendo tra le altre cose che il gruppo sanguigno 0 sarebbe associato a sintomi più lievi: informazioni preziose, che consentiranno ai medici di prevedere per tempo eventuali complicazioni e che potranno migliorare le possibilità di cura sui pazienti positivi al virus Sars-CoV-2.


Il progetto “STORM, STudio OsseRvazionale sulla storia naturale dei pazienti ospedalizzati per Sars-Cov-2” alla base di una importante ricerca pubblicata oggi sul New England Journal of Medicine, la più importante rivista medico-scientifica del mondo (DOI: https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa2020283). Frutto di una collaborazione internazionale tra centri di ricerca clinica italiani e spagnoli – Italia e Spagna, sono due tra le nazioni più colpite duramente dall’emergenza COVID-19 – e genetisti tedeschi e norvegesi. Tra questi l’Università di Milano-Bicocca, in sinergia con l’ASST di Monza, ha avuto un ruolo fondamentale contribuendo con STORM, il super-archivio dei dati clinici, diagnostici, terapeutici e dei campioni biologici relativi ai pazienti COVID-19 ricoverati presso l'Ospedale San Gerardo di Monza e presso l'Ospedale di Desio, coordinato da Paolo Bonfanti, professore associato di Malattie Infettive.

 

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